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*Ricetta jazz (anche un po' OT)




Un grosso suonatore di contrabbasso. Occhiali da sole. Immobile. Le mani
che viaggiano velocissime. Un sax. Un vecchio signore. Magro. Uno che la
sa lunga. Ne ha suonate e viste tante. 2 batterie, 2 bassi, 2
pianoforti, una tromba.

Il jazz e' una ballata iniziale. Dolce. Che ti prende, che ti delizia.
Ricetta delicata, da fare con amore. Da fare con le cose fresche della
casa, della tua cucina. 2 pomodori freschi, tagliati a listarelle,
mescolati con tanto basilico, spezzettato con le mani, e poi una
mozzarella di bufala, freschissima, tagliata a piccoli cubetti. Un filo
d'olio. Lasciata li', ad insaporirsi un paio d'ore. Da mescolare
dolcemente a dei spaghettini teneri al punto giusto.

Ma il jazz e' illusione.
Il tempo di una battuta e diventa subito free, libero, potente, un pugno
nello stomaco che ti fa incazzare come le cose che devi sopportare ogni
giorno, come gli idioti che trovi ogni giorno sulla tua strada. E il
jazz diventa rabbia che ti sale. Rabbia contro i cattivi maestri dalle
idee labili e i pensieri arroganti. Rabbia contro chi ad ogni
latitudine, gioca con la vita delle persone, e ne gode.
Essere duri, come una ricetta arrabbiata, nervosa. Il coltello che
violenta l'aglio, lo trita finemente. Aglio sbattuto nell'olio bollente
che se lo scioglie come uno stronzo di mafioso puo' sciogliere
nell'acido un bambino. Poi prendi delle olive.... nere. Gli togli il
cuore, duro come un sasso. Duro come un mare mosso, scuro, con le nuvole
basse all'orizzonte. Di quelle che ti mettono paura. Eppoi i capperi. Li
prendi, li lavi. Gli togli il sale. Ma no! Che se lo tenga quel sale.
Che bruci con tutto quel sale addosso. E' piu' sadico. Le acciughe.
Tagliate e sminuzzate. E poi tutto assieme a soffriggere a fuoco forte
per  pochi minuti. Che la loro fine sia istantanea e totale. E la pasta.
Corta. Cattiva, buttata sopra a finire di cuocersi. Con malagrazia. E a
terminare del pecorino. Di quello forte. Senza scampo.

Ma il jazz continua. Ascolti le dissonanze sprigionate nell'incanto di
un cortile medievale. Il suono penetra in quelle  mura. L'ipnosi del
jazz diventa l'ipnosi del cortile. E ti riaddolcisce. Ritorna dolce come
due occhi che ti rincorrono su una bicicletta, che ti cercano....come
una gonna bianca che svolazza nello struscio paesano.
Dolcissima come dei pomodorini rotondi, sodi, appena appena scottati
nell'aglio, da lasciare  imbiondire in un lago di olio lucente, assieme
a un piccolo trito di timo, origano e prezzemolo,  tanto da profumarti
la vita, che si amalgamano con le cozze, le vongole e le telline che
erano li', tranquillamente in attesa, a godersi il sole caldo, dopo che
le avevi aperte sul fuoco con un poco d'olio, uno spicchietto d'aglio e
un dito di vino. Un sughetto gentile, da immergere dentro dei tagliolini
piccolini, fatti in casa, come dentro un mare calmo, poco profondo, che
ti accoglie sicuro.

La dolcezza di due anziani che si incontrano. Si salutano. Come da dieci
anni a questa parte. E da dieci anni a parlare della moglie che ormai
non c'e' piu', ma e' sempre li'  come fosse ieri.
Dolcezza e' una madre che porta in acqua il suo figlio handicappato. Con
amore. E dolcezza eí lui che caccia dalla gola urla di gioia.
E la dolcezza diventa durezza nel pensare a tutti gli odi del mondo. A
quelli che si sentono superiori. A quelli che credono alla razza. A
quelli che se ne fottono degli altri. A quelli che non provano mai un
dolore.

Questa e' la dolcezza e la durezza di un paio di  giorni passati a
guardarsi intorno. A non guardare una sola persona negli occhi. La
stessa.


-- raidang@libero.it